M.C. 

Ormai, anche agli osservatori meno attenti, non può sfuggire che il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) sta di fatto cambiando. Il principio universalista sta venendo meno, con la giustificazione di un sotto-finanziamento dello Stato alle Regioni. Il giusto principio di selezionare la virtuosità nella spesa sanitaria nel territorio, se mal gestito, travolge tutti senza tenere conto che l’appropriatezza delle prestazioni deve avere, viceversa, una capacità evoluta di saper distinguere la loro utilità o meno, pena la riduzione della prevenzione e l’aumento dei costi della cura. Sembra infatti, in base ai dati che anche i Fondi sanitari integrativi stanno registrando, che le persone rinunciano a esami e cure se comportano costi che non si possono permettere. E aumenta l’emigrazione dei malati dal Sud al Nord, con il paradossale risultato di caricare maggiormente le strutture efficienti e di trascurare sempre di più quelle carenti, privandole delle necessarie innovazioni tecnologiche e professionali.

Non è che gli assistiti nel complesso diminuiscano, ma si distribuiscono nel territorio italiano in maniera sproporzionata, senza contare che molti sono provenienti da altri Paesi e bisognosi di una sanità a tutti i livelli. Insomma, è mutata da tempo la nostra società ma non si sta adeguando sufficientemente l’offerta sanitaria a questi cambiamenti.

Certo è che se non vogliamo mutuare il sistema americano, dove la copertura sanitaria è per chi se la può permettere, serve un modello che in parte esiste già nel nostro Paese ma che deve diventare una riforma strutturalmente sostenibile. Ci riferiamo ad una sussidiarietà orizzontale, tra il mondo pubblico e quello dei Fondi sanitari integrativi, specie quelli contrattuali, le Casse di assistenza, le casse di mutuo soccorso, le assicurazioni sanitarie, che non devono essere soltanto un corollario per pochi ma un vero e proprio secondo pilastro sanitario.

Il mondo dei Fondi integrativi deve sottoporsi a processi di razionalizzazione e accorpamento in base alla qualità e ai costi di gestione, ma allo stesso tempo il legislatore deve saper distinguere l’esperienza contrattuale che porta piani sanitari migliori e costi di gestioni più bassi, dal mondo assicurativo tout court che assume,  a differenza delle parti sociali, esclusivamente il  principio di impresa. Su sanità e previdenza servono maggiori agevolazioni in favore dei fondi contrattuali, delle imprese e dei lavoratori che già destinano parte del salario all’assistenza sanitaria. Ma, oltre a ciò, serve includere nel sistema pubblico e integrativo milioni di persone oggi escluse, che potrebbero rientrare nel modello contrattuale e mutualistico.

È necessario definire i confini entro cui realizzare una nuova universalità “selettiva” che garantisca le prestazioni indispensabili e incondizionate per determinate fasce di popolazione, riguardo alle quali il presidio pubblico deve rimanere centrale e, ampliando l’ambito di intervento delle forme sanitarie integrative, con riferimento alle prestazioni alle quali già oggi si ricorre in maniera significativa mediante spesa “out of pocket”.

“Bisogna dare certezze ai dieci milioni di italiani

che usufruiscono dei Fondi sanitari integrativi”

Rammento che la mutualità italiana ha basi lontane: la prima  società operaia di mutuo soccorso risale al 1886 e sono state fiorenti fino alla fine degli anni ’70 con l’avvento della 833, la legge di riforma del SSN. Poi ci si è diretti verso il sistema assicurativo. Oggi serve rivedere questa impostazione. Le recenti norme sulla produttività vanno nella direzione di riconoscere alla parte sanitaria dei vantaggi fiscali e contributivi. Ma deve essere un progetto governato. Valutando come non sovrapporre o duplicare tra prestazioni aziendali o territoriali e quelle erogate dal SSN e dai i Fondi sanitari, facendo le economie di scala, premiando i grandi Fondi rispetto alle polizze private, sia sul versante dei costi per l’assistito che sulla qualità dei piani sanitari.

Programmare nella sostanza i livelli migliori di copertura costringendo tutti i soggetti che operano nei comparti pubblici e privati a uniformarsi a un livello standard di costi e prestazioni. È il ragionamento della siringa che non può costare 100 o 10 a seconda del territorio, e va fatto a maggior ragione sui costi e qualità delle prestazioni sanitarie, siano esse pubbliche o integrative. Oggi possiamo dire che la sanità integrativa è divenuta un universo frammentato. Difficile è fare un censimento dei Fondi e conoscere il numero complessivo degli assistiti. Alcune stime parlano di circa dieci milioni di italiani che fruiscono di tale tipo di coperture. L’istituzione dell’Anagrafe dei Fondi avrebbe dovuto fornire dati certi, ma ancora non abbiamo risposte in merito.

Certamente, oltre a dire quello che serve per il sistema pubblico, dobbiamo indicare una riforma che riguardi la nostra esperienza dei Fondi sanitari derivanti dal “welfare contrattuale”.  Nuove regole e una nuova governance servono, non solo per uniformare regole atte alla certificazione dei bilanci, ma anche sulla operatività dell’apparato gestionale, omogeneizzando per categorie di contribuzione la struttura assistenziale con cui fornire le adeguate prestazioni ai propri iscritti.

Questo mondo ha, per costruirsi un futuro stabile, l’assoluta necessità di dialogare con il SSN in quanto l’istituzione di questi Fondi è stata basata su un modello di sussidiarietà no profit che deve avere come riferimento l’architettura del sistema sanitario pubblico: una capitalizzazione di quello che si è fatto fino ad ora, la capacità di qualificarsi sempre più, essendo riconosciuti come soggetti indispensabili del Welfare Italiano.


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