Così  saranno investiti dopo la lezione della pandemia

Cristiana Pulcinelli*

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), presentato ad aprile scorso dal presidente del Consiglio Mario Draghi alla Camera, prevede di stanziare 221,1 miliardi di euro – di cui 191,5 dai fondi dell’Unione Europea e 30,6 attraverso il Fondo complementare di risorse interne – con l’obiettivo di ammodernare e innovare il Paese. Il piano contiene 6 “missioni”: digitalizzazione-innovazione-competitività, cultura e turismo, rivoluzione verde e transizione ecologica, infrastrutture per una mobilità sostenibile, istruzione e ricerca, salute. Per quest’ultima si prevede uno stanziamento pari a 15,63 miliardi di euro (l’8,16% dei 191,5 miliardi in arrivo dall’Europa) più 2,9 miliardi provenienti dal Fondo complementare, per un totale di 18,5 miliardi di euro.

Per fare cosa? Il punto di partenza è l’individuazione di alcuni elementi critici della nostra società: l’invecchiamento della popolazione italiana (e quindi l’aumento delle persone con malattie croniche), la crisi sanitaria seguita alla pandemia di Covid-19, le disparità di assistenza sanitaria nelle diverse realtà regionali. L’obiettivo generale è dunque quello di rafforzare la prevenzione e i servizi sanitari sul territorio – che durante la pandemia hanno mostrato tutta la loro importanza – e modernizzare e digitalizzare il sistema sanitario garantendo equità di accesso alle cure.

Per ottenere questi risultati vengono individuati due settori in cui investire. Il primo riguarda le reti di prossimità, le strutture intermedie, la telemedicina per l’assistenza sanitaria e un nuovo assetto per la prevenzione sia sanitaria che ambientale in linea con l’approccio One Health. Il secondo settore è quello che riguarda innovazione, ricerca e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale (SSN). Vediamo nel dettaglio di che cosa si tratta.

Case e ospedali di comunità
Per quanto riguarda i servizi sul territorio (le cosiddette reti di prossimità e strutture intermedie) il piano prevede la realizzazione di 1288 Case della comunità e di 381 Ospedali di comunità entro la metà del 2026. La Casa della comunità sarà una struttura in cui opererà un team multidisciplinare di medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, medici specialistici, infermieri, altri professionisti della salute e potrà ospitare anche assistenti sociali. È finalizzata a diventare il punto di riferimento per la popolazione e il luogo in cui si coordineranno i servizi offerti, tra i quali sono previsti quelli del consultorio con particolare riferimento alla tutela del bambino, della donna e dei nuclei familiari. Il costo complessivo dell’investimento è stimato in 2 miliardi di euro. Gli ospedali di comunità sono invece strutture sanitarie della rete territoriale a ricovero breve e destinate a pazienti che necessitano di interventi a media-bassa intensità clinica e per degenze di breve durata, a gestione prevalentemente infermieristica. Il costo complessivo stimato dell’investimento è di un miliardo.

Assistenza domiciliare
C’è poi il capitolo sull’assistenza domiciliare. Qui l’investimento ha lo scopo di aumentare il volume delle prestazioni rese in assistenza domiciliare fino a prendere in carico, entro la metà del 2026, il 10 percento della popolazione di età superiore ai 65 anni. L’intervento si rivolge in particolare ai pazienti con una o più patologie croniche e/o non autosufficienti. In questa cornice, è previsto un incremento dell’uso della telemedicina e l’attivazione di 602 Centrali operative territoriali (Cot), una in ogni distretto, con la funzione di coordinare i servizi domiciliari con gli altri servizi sanitari e di tenere le relazioni con gli ospedali e la rete di emergenza-urgenza.

“Non bisogna solo rafforzare la medicina territoriale
ma migliorare l’integrazione con la rete ospedaliera”

«Il PNRR vuole investire risorse per rafforzare le capacità della medicina territoriale per quanto riguarda le cure di prossimità – commenta Marina Davoli, direttrice del Dipartimento epidemiologia, servizio sanitario regionale del Lazio. Questa esigenza nasce dal fatto che negli ultimi anni ci si è concentrati invece sulle cure ospedaliere e le malattie acute, con il risultato che l’ospedale ha spesso svolto una funzione vicaria della sanità territoriale. Mettere l’accento sul territorio, quindi, è importante. Ora però bisogna capire cosa si fa: cioè, vanno definite le caratteristiche delle attività specifiche delle strutture previste dal Piano in modo tale che possano essere valutate. Infatti, mentre oggi abbiamo un buon sistema di valutazione della qualità degli ospedali, siamo deboli nella capacità di valutare la qualità della sanità territoriale. Perciò la creazione di queste strutture deve essere accompagnata da una crescita della capacità di valutazione e da un collegamento delle attività che vi si svolgono con quello che si fa negli ospedali. Inoltre c’è bisogno di una definizione precisa delle competenze del personale che va formato e aggiornato».

Prevenzione e One Health
Nel piano viene affermato che la prevenzione sanitaria e quella ambientale devono procedere di pari passo secondo l’approccio One Health, ossia il riconoscimento del fatto che la salute e il benessere delle persone, degli animali e dell’ambiente in cui tutti viviamo sono indissolubilmente legati. Oggi questo approccio è riconosciuto come fondamentale per prevenire future minacce come le pandemie o i danni dovuti al cambiamento del clima. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità servono sforzi globali per «progettare e implementare programmi, politiche, norme e ricerche in cui diversi settori cooperino per raggiungere migliori risultati per la salute pubblica». Anche il PNRR va in tale direzione.

Innovazione, ricerca e digitalizzazione
Del totale dei fondi destinati all’ambito della sanità, 8,63 miliardi di euro sono dedicati all’innovazione, alla ricerca e alla digitalizzazione del servizio sanitario nazionale: il secondo settore in cui investire. A questo proposito un capitolo di spesa è dedicato all’aggiornamento tecnologico e digitale, incluso il completamento e la diffusione del Fascicolo sanitario elettronico (con un investimento di 7,36 miliardi complessivi) e la ricerca scientifica con un occhio al trasferimento tecnologico (1,26 miliardi).

Sostituzione apparecchiature obsolete
È previsto inoltre l’ammodernamento digitale del parco tecnologico ospedaliero: in particolare attraverso l’acquisto di 3.133 nuove grandi apparecchiature ad alto contenuto tecnologico più vecchie di cinque anni, e con interventi finalizzati al potenziamento del livello di digitalizzazione di 280 strutture sanitarie sede di Dipartimenti di emergenza e accettazione (Dea) di I e II livello.

Più posti in terapia intensiva
Ancora, soprattutto in seguito alla lezione impartita da Covid-19, si prevede il potenziamento della dotazione di posti letto di terapia intensiva (+3.500 posti letto per garantire lo standard di 0,14 posti letto di terapia intensiva per 1.000 abitanti) e semi-intensiva (+4.225 posti letto); il consolidamento della separazione dei percorsi all’interno del pronto soccorso; l’incremento del numero di mezzi per i trasporti secondari. La spesa complessiva per l’investimento è pari a 4,05 miliardi di euro.

Formazione e ricerca
Un altro capitolo di spesa è quello per la formazione: si prevedono: l’incremento delle borse di studio in medicina generale; l’avvio di un piano straordinario di formazione sulle infezioni ospedaliere a tutto il personale sanitario e non sanitario degli ospedali; l’attivazione di un percorso di acquisizione di competenze di management per professionisti sanitari del SSN; l’incremento dei contratti di formazione specialistica per affrontare il cosiddetto “imbuto formativo”, vale a dire la differenza tra il numero di laureati in medicina e il numero di posti di specializzazione post-laurea, in modo da garantire un adeguato turn-over dei medici specialisti del SSN. Si progetta di potenziare il sistema della ricerca biomedica in Italia e infine, sempre nella prospettiva di rafforzare il rapporto tra ricerca, innovazione e cura, ci sarà una revisione del regime giuridico degli IRCCS, gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico e delle politiche di ricerca del ministero della salute.

*giornalista, redattrice di “Scienza e Società”, docente di Comunicazione della scienza