L’osteoartrosi è tra le dieci patologie più invalidanti

*CRISTIANA PULCINELLI

Le normali attività quotidiane – come camminare, alzarsi dalla sedia, vestirsi – producono un dolore così intenso che diventa quasi impossibile svolgerle. A compromettere in modo così deciso la qualità della vita è spesso un’artrosi che ha danneggiato un’articolazione come l’anca o il ginocchio. L’artrosi è una malattia causata dal deterioramento della cartilagine che riveste le superfici ossee all’interno delle articolazioni. La cartilagine è un tessuto che riduce l’attrito tra le ossa, ma quando si danneggia per usura perde la sua elasticità, diviene più rigida. Oltre al deterioramento della cartilagine, si verifica un’infiammazione dei tendini e dei legamenti dell’articolazione che causa dolore. Se la condizione peggiora, le ossa possono arrivare a sfregarsi l’un l‘altra provocando dolore, gonfiore e rigidità. Quando i trattamenti conservativi (antinfiammatori, fisioterapia, infiltrazioni) sono tutti falliti, è il momento di valutare un intervento di protesi. E in effetti oggi gli interventi di protesi d’anca e di ginocchio vengono considerati quelli più efficaci per i casi gravi di osteoartrosi.
Bisogna considerare che l’artrosi, o osteoartrosi, è una condizione molto diffusa: si calcola che nei Paesi sviluppati sia tra le dieci patologie più invalidanti. Colpisce nel mondo circa il 10% degli uomini sopra i sessant’anni e il 18% delle donne della stessa fascia d’età. Ciò non toglie che possa manifestarsi anche in persone più giovani. Oltre all’età e al sesso, ci sono altri fattori di rischio come l’obesità, l’inattività fisica, il fumo, il consumo eccessivo di alcol, gli incidenti. È chiaro quindi che negli ultimi anni, con le tecniche e i materiali migliorati, il numero di interventi di protesi sia cresciuto moltissimo. In particolare dal 2000 al 2015 in tutti i Paesi OCSE in media gli interventi di protesi dell’anca sono aumentati del 30% e quelli del ginocchio sono addirittura raddoppiati nello stesso periodo.

In Italia nel 2015 effettuati centomila interventi
all’anca e settantamila al ginocchio

In Italia nel 2015 sono stati eseguiti oltre 100.000 interventi di protesi dell’anca e circa 70.000 di protesi del ginocchio, secondo quanto si legge nel Report 2017 del RIAP (Registro Italiano ArtroProtesi). La maggior parte sono dovuti a patologie da artrosi ma si interviene anche per alcune fratture dell’anca. Una questione importante è quella che riguarda il momento giusto per intervenire: “La nostra valutazione primaria è la qualità della vita del paziente”, spiega Emilio Romanini, chirurgo ortopedico, membro del comitato scientifico del RIAP. E spiega: “In sostanza noi prendiamo in considerazione due fattori: la prima condizione è l’esistenza di disturbi che provochino forti limitazioni funzionali, tali da impedire una normale vita relazionale, lavorativa, sessuale. Naturalmente la storia clinica del paziente deve renderci sicuri che quei disturbi siano dovuti proprio a quella articolazione che funziona male. La seconda condizione è che quei disturbi siano resistenti ai trattamenti conservativi. Perciò prima si prova con cure farmacologiche, con infiltrazioni o con la fisioterapia e se tutto fallisce, allora, si pensa all’intervento”.
L’età è in ogni caso un fattore da tenere in considerazione per decidere se fare l’intervento. “Prendiamo un quadro radiografico dell’anca piuttosto compromesso e che potrebbe farmi decidere di intervenire chirurgicamente. Se questo quadro lo trovo in un paziente di settant’anni – prosegue Romanini – sono contento perché penso che potrò rendergli una vita normale probabilmente fino alla fine dei suoi giorni con un rischio chirurgico estremamente basso; se lo trovo in un novantenne sono un po’ più preoccupato perché penso che comunque farò un intervento che durerà tutta la vita ma mi devo assumere più rischi chirurgici, qualcosa potrebbe andare male durante o dopo l’intervento a causa dell’età del paziente e le sue condizioni generali. Se lo stesso quadro lo trovo in una persona di quarant’anni, la decisione è più difficile ancora. Perché, a fronte di bassi rischi chirurgici, dovrò domandarmi quanto a lungo il paziente trarrà beneficio dalla protesi”.
Già, perché le protesi hanno una durata, come i pezzi di ricambio delle nostre auto. Proprio come pezzi di ricambio sono infatti soggette ad usura e ad un certo punto potrebbero non essere più in grado di svolgere la loro funzione. A quel punto si deve sostituirle. Ma il secondo intervento, purtroppo, non funziona così bene come il primo, secondo i dati degli studi clinici.

La scelta del momento opportuno per il successo degli interventi di artroplastica del ginocchio, ad esempio, si è rivelata essere molto importante. Secondo uno studio della Feinberg School of Medicine della Northwestern University di Chicago, moltissimi pazienti entrano in sala operatoria al momento sbagliato. In alcuni casi troppo presto, in altri (la stragrande maggioranza) troppo tardi. Il 90% delle persone affette da artrosi aspetta troppo prima di sottoporsi al bisturi e il 25%, al contrario, anticipa eccessivamente l’appuntamento con il chirurgo. In entrambi i casi l’intervento procura meno benefici. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Bone and Joint Surgery. I ricercatori hanno analizzato i dati di più di ottomila pazienti a rischio di artrosi mettendo a confronto gli esiti delle operazioni di sostituzione dell’articolazione del ginocchio in base al momento in cui sono state eseguite.

Il chirurgo ortopedico Emilio Romanini spiega
i dati da valutare, indicazioni e controindicazioni

Sono state pubblicate, inoltre, due interessanti ricerche sulla rivista inglese The Lancet. Gli autori hanno analizzato i dati provenienti da diversi studi che hanno monitorato negli anni gli esiti degli interventi di sostituzione dell’anca e del ginocchio, per capire quale fosse la vita media della protesi stessa. Per quanto riguarda l’anca gli autori stimano che circa tre su quattro delle protesi impiantate durino tra i 15 e i 20 anni, mentre circa il 58% dei pazienti con artrosi ha una protesi che dura 25 anni.
Nel caso del ginocchio, circa l’82% degli interventi di sostituzione totale dura 25 anni, contro il 70% degli interventi di sostituzione parziale dell’articolazione. “Il problema principale – spiega Romanini – è che con la progressiva usura della protesi si assiste a un rilascio di particelle del materiale di cui è fatta la protesi stessa che producono una reazione infiammatoria. Quest’ultima a sua volta conduce a un riassorbimento dell’osso intorno alla protesi e alla progressiva mobilizzazione della protesi che non risulta più salda. Molto raro invece è il caso dell’infezione della protesi stessa che colpisce meno dell’uno per cento dei pazienti”.
Le controindicazioni all’intervento sono poche: se c’è uno stato infettivo locale pregresso ma recente, se il paziente non è ritenuto in grado di superare l’intervento chirurgico, se c’è una gravissima deformità post-traumatica. Le protesi sono considerate uno dei grandi successi della medicina. Tuttavia, conclude Romanini, “non possiamo garantire i risultati al 100% né nel breve né nel lungo periodo. Evitiamo, come sempre dovremmo fare in medicina, l’eccessiva disinvoltura e l’enfasi e riconduciamo le decisioni a una valutazione adeguata della condizione del paziente”.
Ancora una volta si deve tuttavia ricordare che ci sono abitudini che possono ridurre al minimo il rischio di artrosi dell’anca e del ginocchio soprattutto nei giovani. È importante, quindi, evitare di essere in sovrappeso, di assumere posture scorrette e di caricare eccessivamente e ripetutamente l’articolazione. Una particolare attenzione la deve prestare chi fa sport perché alcuni movimenti ripetitivi possono accentuare i problemi che poi portano all’artrosi precoce. Infine, un’alimentazione equilibrata, ricca di vitamine, omega 3 e minerali e povera di alcol e di cibi di origine animale può aiutare a mantenere in salute tutte le articolazioni.

* giornalista, redattrice di “Scienza e Società”, docente di Comunicazione della scienza

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