Dai farmaci biologici mirati alle “piccole molecole”

CRISTIANA PULCINELLI*

Era il 2015 quando la cantante e attrice americana Cindy Lauper dichiarò pubblicamente: «Ho la psoriasi». Lauper raccontò che conviveva da anni con la malattia, aveva vissuto momenti difficili, di imbarazzo, dolore, vergogna e, per questo, aveva deciso di appoggiare la campagna I’m PsO Ready della National Psoriasis Foundation. Era un modo per far sì che i malati non si sentissero soli e venissero allo scoperto, condividendo i loro problemi: «Nessuno ne parla – dichiarò la cantante in quell’occasione – e spesso ti senti sola». Anche confidarsi con il medico è difficile, all’inizio può capitare di non capire che si tratta di una vera e propria malattia e magari si cerca di porre rimedio con qualche “trucco estetico” che però peggiora la situazione.

La psoriasi si manifesta con formazione di placche, ispessimenti della pelle, che sono caratterizzate di solito da due segni: l’eritema, cioè l’infiammazione, e la formazione di squame sopra l’eritema. Però, può cominciare in un solo punto del corpo e in modo lieve per poi estendersi o peggiorare. A volte anche una forfora persistente può essere un segno della malattia: in questi casi se la persona non dà peso alla cosa, la diagnosi viene ritardata. Così come è spesso trascurata la “psoriasi inversa”: «Una variante – afferma Luca Bianchi, docente di dermatologia all’Università Tor Vergata di Roma – che si localizza alle pieghe della pelle, ad esempio sotto il seno o sul viso, dove si formano aree rosse senza squame e che spesso non viene riconosciuta come psoriasi”.

Quando parliamo di psoriasi, parliamo di un’infiammazione cronica a base immunitaria – che dipende cioè da un’alterazione del sistema immunitario – con forte predisposizione famigliare. «Ciò vuol dire – spiega Bianchi – che se una persona ha determinati geni, la sua probabilità di sviluppare la malattia quando si verifichino degli eventi scatenanti è più alta». Gli eventi scatenanti possono essere di diverso tipo: l’assunzione di alcuni farmaci (come betabloccanti, litio, ACE inibitori); gli stress sia emotivi che fisici; soprattutto nei bambini, la presenza di infezioni come tonsilliti o granulomi dentali; a volte anche un’esposizione violenta al sole. Sedi caratteristiche dove compaiono le macchie sono: la superficie estensoria degli arti (gomiti, ginocchia), la schiena (in particolare nella zona lombo sacrale), il cuoio capelluto. Ma possono essere colpite anche altre parti del corpo.

Danni cardiovascolari, artrite, depressione:
ne parla Il dermatologo Luca Bianchi, docente a Tor Vergata

«L’impatto sulla qualità della vita del paziente – dice ancora Bianchi – dipende dall’estensione della malattia, da quanta superficie di cute è colpita, ma anche da quale zona è interessata: il volto o la zona genitale possono avere un forte impatto negativo sulle attività delle persone. A volte vengono colpiti anche i palmi delle mani e dei piedi o le unghie, e questo crea danni importanti all’impegno professionale dei pazienti. Inoltre, in alcuni casi le macchie sono accompagnate da prurito, sintomo che può essere molto fastidioso». La malattia è recidivante: nella vita delle persone, quindi, si possono alternare periodi in cui la sintomatologia si attenua o scompare del tutto ad altri in cui i sintomi ritornano o diventano più gravi. È importante sottolineare che non si tratta di una malattia contagiosa, non viene trasmessa da una persona all’altra. Tuttavia, il timore di uno stigma esiste: la psoriasi spesso è visibile e può dare luogo ad atteggiamenti di ripulsa e allontanamento, specialmente in chi non ne conosca la natura. Ciò spiega perché sia associata a sentimenti come la frustrazione e l’ansia. Ma è stata dimostrata anche una correlazione con un aumento del rischio di depressione.

In Italia la psoriasi riguarda tra il 2 e il 3 per cento della popolazione, senza grandi differenze tra maschi e femmine e colpisce soprattutto tra i 10 e i 40 anni d’età. La notizia positiva, però, è che nel 70 per cento dei casi si tratta di una forma lieve che richiede solo una terapia prevalentemente locale a base di pomate. Ma ci sono anche i casi gravi. Insiste Bianchi: «La malattia infiammatoria cronica, come la psoriasi, è un reservoir di infiammazione che condiziona la salute del paziente: queste persone sono più a rischio di ammalarsi di malattie cardio-vascolari o di avere un’anomalia metabolica nel sangue». In un 10-30 per cento di casi, le persone con psoriasi possono presentare artrite psoriasica, malattia infiammatoria progressiva che interessa le strutture delle articolazioni e i tendini causando dolore, gonfiore e rigidità delle articolazioni soprattutto delle mani, ma che nei casi più gravi può colpire la colonna vertebrale. Secondo uno studio dell’Università di Calgary, apparso sul Journal of Investigative Dermatology, la concomitanza di psoriasi e depressione farebbe aumentare del 37 per cento il rischio che il paziente sviluppi anche un’artrite psoriasica. I ricercatori hanno ottenuto questo risultato analizzando i dati relativi a oltre settantamila pazienti con psoriasi, seguiti per venticinque anni.

Nelle forme più importanti, la terapia locale non basta e bisogna passare a una terapia per via sistemica, ossia che arrivi a tutto l’organismo. «Fino a qualche anno fa – ricorda Bianchi – si interveniva con una terapia immunosoppressiva più generalista, capace di inibire la risposta del sistema immunitario. Oggi esistono i farmaci biologici che hanno un’azione più mirata, un effetto soppressivo verso un punto preciso, un “target’”. Questi stessi farmaci possono essere utilizzati anche in caso di dermatiti atopiche, malattie infiammatorie allergiche. «Chi è atopico, può avere un’infiammazione che passa da un organo all’altro, dando luogo a problemi cutanei, respiratori o della congiuntiva», spiega Bianchi. Recenti sperimentazioni cliniche su alcuni di tali farmaci hanno dato risultati importanti, ad esempio liberando la pelle da lesioni per il 75 per cento delle persone coinvolte dopo 52 settimane di cura. In altri casi, si è visto che uno stesso farmaco, oltre a curare la malattia infiammatoria cronica della pelle, può ridurre la formazione di placche che ostacolano il normale flusso di sangue nelle arterie aumentando il rischio di infarto e ictus. «Purtroppo – conclude Bianchi – si tratta di farmaci gravati da grandi costi e ciò fa sì che si possano prescrivere con il sistema sanitario nazionale solo in caso di inefficacia o fallimento di altre terapie». Un’altra classe di farmaci di ultima generazione sono le cosiddette “piccole molecole”: un po’ meno performanti dei biologici, ma con costi molto più contenuti, possono rappresentare un’alternativa interessante.

 giornalista, redattrice di “Scienza e Società”, docente di Comunicazione della scienza

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