Farmaci biologici e immunoterapici, successi e costi

CRISTIANA PULCINELLI*

 

Negli ultimi anni la battaglia contro il cancro è cambiata. Ai trattamenti tradizionali come la chirurgia, la chemioterapia, la radioterapia, la terapia ormonale, se ne sono aggiunti altri molto promettenti. Non è solo la quantità a fare la differenza: oltre al fatto che abbiamo più armi a nostra disposizione, c’è anche il fatto che queste armi agiscono in modo completamente diverso da quelle precedenti. Stiamo parlando principalmente di due classi di farmaci: i farmaci biologici e l’immunoterapia oncologica.

I primi costituiscono quella che potremmo definire la penultima generazione di farmaci anti cancro e funzionano prendendo di mira un bersaglio molecolare predefinito che si trova sul tumore di una particolare persona. È la cosiddetta “terapia mirata”: invece di colpire in modo indiscriminato tutte le cellule che si dividono rapidamente, come fa la chemioterapia tradizionale, i farmaci “mirati” bloccano in modo specifico le cellule tumorali interferendo con alcune molecole necessarie per la formazione e la crescita del tumore. Lo sviluppo della terapia mirata si inserisce in una nuova branca della medicina,  la medicina di precisione, o “Precision medicine”, che recentemente ha suscitato l’interesse del presidente degli Stati Uniti. Obama, infatti, in un discorso tenuto a gennaio scorso alla Casa Bianca ha chiesto al Congresso di finanziare la Precision Medicine Initiative con 215 milioni di dollari nel 2016. Lo scopo – ha detto – è “dare il trattamento giusto al momento giusto ogni volta alla persona giusta”.

La seconda e più recente classe di farmaci è invece quella degli immunoterapici, in particolare gli “Inibitori del checkpoint immunitario”. Il loro meccanismo d’azione è diverso da quello di tutti gli altri farmaci oncologici: lo scopo in questo caso è risvegliare il sistema di sorveglianza  che  normalmente difende l’organismo contro  le aggressioni esterne. «Le cellule tumorali – spiega il professor Enrico Cortesi, direttore dell’Unità Operativa Complessa Oncologia del Policlinico Umberto I di Roma – hanno la capacità di nascondersi alla sorveglianza immunitaria: si comportano un po’ come gli aerei Stealth che riescono a sfuggire ai radar. I nuovi farmaci interrompono i meccanismi attraverso cui le cellule si occultano e riaccendono così la capacità del sistema immunitario di vederle». Il risultato è che si riesce a tenere sotto controllo la malattia. «Questi farmaci, che si utilizzano nei pazienti con tumore in fase avanzata,  riescono a cronicizzare la malattia nel 20-40% dei casi, aggiungendo vita a pazienti non guaribili. I dati parlano di una sopravvivenza di 2-3 anni. Un risultato che non abbiamo mai avuto in passato».

I nuovi farmaci vengono combinati con la chemioterapia per ottenere effetti clinici migliori e di più lunga durata. Finora gli immunoterapici vengono utilizzati per alcuni tumori del polmone, per quelli del rene e per il melanoma. In questo modo si copre un 20-30% del panorama di tutti i tumori solidi, cioè quei tumori che, contrariamente ai tumori del sangue, sono caratterizzati dalla presenza di una massa compatta. Ma probabilmente fra non molto il loro uso verrà esteso: sono in corso ad esempio studi sul cancro della mammella e della prostata. I buoni risultati ottenuti comportano naturalmente un aumento della prevalenza della malattia nella popolazione: se la sopravvivenza si allunga, cresce il numero di persone che vivono più a lungo e che, tuttavia, continuano ad essere malate e quindi continuano a dover assumere terapie.

Il punto dolente è che questi trattamenti sono costosi. Molto costosi. Se infatti la spesa per i farmaci biologici in Italia arriva a 2-3mila euro al mese per paziente, le immunoterapie oncologiche viaggiano intorno agli 8-10mila euro al mese. Negli Stati Uniti i prezzi sono ancora più alti. “Un trattamento complessivo nel nostro Paese può arrivare a 150-200mila euro/anno/paziente», precisa Cortesi. «Finora questi farmaci sono stati dati in uso gratuito a pazienti inseriti in studi sperimentali o in programmi di accesso allargato. Da poco sono rimborsabili dal Servizio Sanitario Nazionale per il melanoma e alcuni tumori al polmone, da gennaio 2017 la rimborsabilità verrà allargata ad altri tumori del polmone e a quelli del rene”.

Il Fondo per i farmaci oncologici innovativi, per il quale la legge di stabilità prevede un finanziamento di 500 milioni di euro, servirà anche ad aumentare il numero di persone che potranno avere queste nuove terapie. Ma non sarà sufficiente: «Nei prossimi cinque anni si prevede che la spesa per le terapie oncologiche aumenterà di una cifra compresa da 1 a 3 miliardi di euro l’anno», commenta Cortesi.

Secondo un rapporto redatto da una commissione formata da trentasette persone tra medici, economisti e rappresentanti dei pazienti e pubblicato da Lancet Oncology  nel 2011, il cancro ci costa già molto caro, anche in termini economici. Nel 2008 il mondo ha pagato 895 miliardi di dollari per morti premature e invalidità legate a questa malattia, escludendo quindi i costi medici diretti. Solo i nuovi casi di cancro emersi nel 2009 nel mondo sono costati 286 miliardi di dollari, la metà dei quali sono serviti a coprire le spese mediche. Le cose non andranno meglio in futuro: la popolazione invecchia e il numero dei malati di cancro è destinato ad aumentare. Se oggi nel mondo si contano 12 milioni di nuovi pazienti all’anno, nel 2030 se ne conteranno 27 milioni: più del doppio.

Contemporaneamente, le cure diventano sempre più complesse e quindi costose. Negli ultimi vent’anni l’aumento della spesa per cura e prevenzione del cancro nei Paesi ricchi del mondo è cresciuto a dismisura. Il rapporto cita come esempio gli Stati Uniti passati da una spesa per il cancro di 27 miliardi di dollari nel 1990 a una spesa di 90 miliardi nel 2008. E nel 2020 diventeranno 157 miliardi di dollari: un aumento del 600% in trent’anni. Cifre che rischiano di far saltare i conti dei sistemi sanitari di molti Paesi.

A far crescere i costi contribuiscono diverse spinte, scrivono gli autori del rapporto. Una di queste è l’innovazione, sia nel campo dei farmaci sia in quello della diagnostica: le procedure sono sempre più complesse e diffuse, ma sono più efficaci? Ad esempio, se una cura fa restringere il tumore, ma non migliora la sopravvivenza del paziente, è efficace? Oppure, se ottiene una risposta positiva in un piccolissimo gruppo di pazienti, ma nessun effetto sulla maggioranza dei pazienti, è efficace? Domande difficili, ma che oggi vanno affrontate. C’è poi l’eccesso di utilizzazione di un farmaco: trattare un paziente che non ne ha bisogno o che non risponde è inutile, a volte addirittura dannoso visto l’effetto tossico di alcuni farmaci. Eppure si fa, spesso per mancanza di tempo, o perché il paziente lo chiede.

Infine, c’è il problema del trattamento inutile a fine vita. Alcune chemioterapie nelle ultime settimane di vita non solo sono inutili, ma compromettono la qualità della vita del paziente. Se potessimo predire con certezza quali cure sono inutili eviteremmo al paziente dolore e false speranze, dicono gli estensori del rapporto. «Non c’è dubbio – aggiunge Cortesi – che bisogna puntare sull’appropriatezza terapeutica: i farmaci vanno dati alle persone giuste avendo un obiettivo giusto. D’altra parte si può lavorare sulla farmacoenomia per evitare furti e sprechi nel Servizio Sanitario Nazionale. Un recente studio ha mostrato che il 23% della spesa per la sanità non è ottimizzato. Questo vuol dire che 20-25 miliardi di euro l’anno vengono sprecati e possono venire recuperati». Le Regioni stanno mettendo a punto proprio in questi mesi piani di appropriatezza terapeutica: non tutti i centri oncologici avranno il permesso di prescrivere questi farmaci.

E poi c’è il capitolo prevenzione. Michael J. Joyner, un medico della Mayo Clinic di Rochester nello Stato di New York, è intervenuto recentemente sul New York Times per sostenere che su questo punto si fa troppo poco. «Si pensava che una più profonda comprensione delle basi biologiche del cancro ci avrebbe portato a sviluppare terapie mirate e curare la malattia. Purtroppo, benché ne sappiamo molto di più di quarant’anni fa, le statistiche sulla mortalità per cancro sono rimaste inchiodate. L’unico raggio di luce è venuto dal controllo del fumo, mostrando ancora una volta che il ruolo della cultura, dell’ambiente e dei comportamenti è dominante rispetto al nostro destino biologico».

«Non c’è dubbio che sulla prevenzione si faccia poco – concorda Cortesi – ma la globalizzazione della produzione dei farmaci ad alto costo ha creato un mercato dove girano miliardi di euro e la pressione è molto forte. La prevenzione invece non offre soldi a nessuno…».

* Giornalista, redattrice di “Scienza e Società”, docente di Comunicazione della scienza

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