Ecco gli studi in corso sulla terza dose di vaccino

Cristiana Pulcinelli*

L’8 dicembre 2020 Margaret Keenan, una novantenne inglese, ha ricevuto la prima dose al mondo di vaccino contro il Covid-19. Da allora sono state vaccinate centinaia di milioni di persone con uno sforzo immane da parte di tutti i Paesi per fronteggiare la pandemia, che nel frattempo si è portata via più di 3 milioni e mezzo di vite. Anche in Italia la campagna di vaccinazione è cominciata nel dicembre scorso, in particolare la prima somministrazione risale al 27 di quel mese con il vaccino Comirnaty prodotto da Pfizer-BioNtech, il primo approvato dall’Agenzia Italiana del Farmaco. Ormai si può cominciare a fare qualche bilancio. E in effetti lo si sta facendo. Il ministero della Salute insieme all’Istituto Superiore di Sanità ha presentato il 3 giugno il secondo rapporto sull’impatto da vaccinazione in cui si analizzano i dati relativi a 14 milioni di vaccinati con almeno una dose, un quarto della popolazione. Vi si conferma come i rischi di infezione da Sars-CoV-2, ricovero, ammissione in terapia intensiva e decesso, diminuiscano rapidamente dopo le prime due settimane e fino a circa 35 giorni dopo la somministrazione della prima dose. Dopo i 35 giorni si osserva una stabilizzazione di questa riduzione che è di circa l’80 per cento per il rischio di diagnosi, il 90 per il rischio di ricovero e di ammissione in terapia intensiva e il 95 per il rischio di morte. Tali indici sono simili sia negli uomini che nelle donne e in persone in diverse fasce di età.

Anche la rivista Nature ha pubblicato un lungo articolo in cui fa il punto della situazione rispondendo ad alcune importanti domande. La prima riguarda il funzionamento dei vaccini nel mondo reale. Sappiamo infatti che i risultati delle sperimentazioni cliniche, che coinvolgono gruppi di persone selezionate, possono essere diversi da quello che si vede quando il vaccino viene somministrato a milioni di persone con caratteristiche le più diverse, che ad esempio possono presentare patologie o assumere farmaci che sopprimono la risposta immunitaria.

I risultati internazionali sono molto incoraggianti. In Israele uno studio effettuato su un elevato numero di vaccinati ha evidenziato che il vaccino messo a punto dall’americana Pfizer e dalla tedesca BioNTech è efficace al 95 per cento contro l’infezione da Sars CoV 2 sette giorni dopo la seconda dose. Ma anche il vaccino Sputnik V, secondo il Centro di ricerca Gamaleya di Mosca, si è dimostrato efficace al 97% testato su circa 4 milioni di russi. Mentre la Public Health inglese ha rilevato che Pfizer e Astra Zeneca hanno una efficacia paragonabile, tra l’85 e il 90 per cento, nel prevenire la malattia dopo la seconda dose.

Il professor Guido Silvestri (Università di Atlanta):
«Se il virus muta ancora, è probabile un richiamo»

La domanda sull’efficacia nel mondo reale è tanto  più importante considerando il fatto che tutti i vaccini contro il Covid-19 sono stati autorizzati con procedure d’urgenza, prima che le conoscenze fossero consolidate. La procedura d’urgenza ha dimostrato di aver raggiunto i suoi fini perché i benefici ottenuti hanno largamente superato i danni generati. Ad esempio l’Inghilterra ha calcolato che i vaccini hanno salvato circa 13.000 vite tra gli ultrasessantenni. Ma è vero anche che le nostre conoscenze crescono giorno dopo giorno e quindi bisogna tenere sotto osservazione attenta la campagna vaccinale e reagire in tempi rapidi ad esempio per quanto riguarda il posizionamento dei vaccini (quale somministrare, a chi darlo, quando, come) nel momento in cui si presenti qualche elemento di novità.

L’altra importante domanda che ci si è posti è: quanto dura l’immunità? Il problema è che sono passati relativamente pochi mesi dall’inizio della campagna per rispondere in modo certo e accurato. Qualcuno sta quindi prendendo in esame l’immunità naturale, cioè quella sviluppata dalle persone che si sono infettate con Sars CoV 2, per fare una previsione. Uno studio inglese condotto su venticinquemila operatori sanitari ha trovato, ad esempio, che l’infezione con il virus riduce il rischio di reinfettarsi dell’84 per cento per almeno sette mesi. E c’è chi parla anche di una protezione che si estende ad un anno. Ma alcuni ricercatori sono preoccupati dal fatto che l’immunità da vaccino non duri come quella naturale. Ad esempio, Mehul Suthar, un immunologo della Emory University di Atlanta (Stati Uniti) e i suoi colleghi hanno visto che i livelli di anticorpi decrescono più rapidamente nelle persone vaccinate con Moderna piuttosto che in quelle che hanno avuto l’infezione da Sars CoV 2. Gli anticorpi non sono l’unico elemento che determina la protezione immunitaria, ma ciò potrebbe voler dire che la risposta non è abbastanza robusta e che ci potrebbe essere bisogno di un richiamo. Quando farlo, potrebbe dipendere in parte dal tasso al quale i livelli di anticorpi decrescono; infatti possono crollare in modo repentino oppure fermarsi per un periodo lungo a livelli bassi. Uno studio ha dimostrato che anche un basso livello di anticorpi potrebbe essere sufficiente per offrire una protezione significativa contro la forma grave della malattia. Ma Albert Bourla della Pfizer ha sostenuto di aspettarsi che si dovrà fare un richiamo tra gli 8 e i 12 mesi dopo la seconda dose. «È ancora presto per dirlo con certezza – commenta Guido Silvestri, professore ordinario e capo del dipartimento di patologia all’Università Emory di Atlanta e membro dell’Emory Vaccine Center – ma la mia sensazione è che se il virus continuerà a circolare, ed a mutare in modo sostanziale, è molto probabile che nel giro di uno-due anni sarà necessario fare un giro di richiami. Possibilmente con una versione aggiornata oppure 2.0 del vaccino che possa rinforzare le risposte immunitarie contro Sars-CoV-2 focalizzandole al contempo contro le cosiddette varianti ad alta diffusione».

Il 19 maggio, il governo britannico ha annunciato di aver finanziato uno studio su sette diversi vaccini Covid-19 somministrati come richiamo almeno dieci-dodici settimane dopo la seconda dose. I primi risultati sono attesi per settembre prossimo, in tempo per definire un programma di richiamo volto a proteggere i gruppi più vulnerabili prima dell’inverno. Il National Institutes of Health degli Stati Uniti sta studiando anche i richiami in alcuni partecipanti a una sperimentazione che hanno ricevuto la loro prima dose di vaccino a marzo 2020. I produttori di vaccini stanno inoltre testando richiami specifici per alcune varianti. Moderna, ad esempio, ha diffuso risultati preliminari che mostrano come un vaccino di richiamo che utilizzi una sequenza di proteine spike della variante B.1.351 faccia aumentare la concentrazione di anticorpi che neutralizzano Sars-CoV-2, e in particolare la variante in questione.

Per proteggere i gruppi di popolazione a rischio
sarà importante vaccinare anche i giovani

Il problema principale rimane proteggere quei gruppi di popolazione, come i trapiantati, che prendono farmaci immunosoppressori e perciò rispondono poco e male ai vaccini. Cosa si può fare? «Per proteggere queste persone – prosegue Silvestri – la cosa migliore è ridurre la circolazione generale del virus tra la popolazione, in modo tale che il rischio di contrarre il Covid-19 diventi più basso per i soggetti a rischio che non possono essere vaccinati. Ecco perché è importante vaccinare anche i giovani. Non dimentichiamo poi l’importanza di essere pronti a trattare in modo tempestivo i soggetti a rischio che contraggano Sars-CoV-2 con le terapie attualmente disponibili in grado di ridurre i rischi di malattia severa, in primis i cocktail di anticorpi monoclonali».

Nel frattempo resta aperto il problema di vaccinare la popolazione dei Paesi poveri. L’Organizzazione Mondiale della Sanità si è data come obiettivo di vaccinare il 20 per cento degli abitanti di questi Paesi entro la fine del 2021. Anche in quelli ricchi, però, le cose non sono semplici. L’idea di poter raggiungere l’immunità di gregge – ossia un numero sufficientemente grande di persone immuni per cui l’epidemia non si diffonda – è svanita. Il nascere di nuove varianti e nuovi focolai rende impossibile perseguirla. L’impatto della pandemia, argomentano in molti, si continuerà a sentire finché la vaccinazione non sarà completata non solo nei Paesi ricchi, ma anche in quelli a medio e basso reddito.

*giornalista, redattrice di “Scienza e Società”, docente di Comunicazione della scienza

SCARICA L'ESTRATTO