Impossibile evitarlo, affrontarlo è utile

CRISTINA PULCINELLI*

Siamo sempre più stressati. O almeno così ci sentiamo, secondo una ricerca promossa da Assosalute, l’Associazione nazionale farmaci di automedicazione, i cui risultati sono stati resi noti a maggio scorso. L’85 per cento degli italiani intervistati dice infatti di aver sofferto negli ultimi sei mesi di almeno un disturbo legato allo stress. Naturalmente non si tratta di un problema solo italiano: una ricerca dell’Anxiety and Depression Association of America, ad esempio, ha mostrato che quasi quaranta milioni di americani, il 18 per cento della popolazione, hanno un disturbo d’ansia, una patologia spesso legata allo stress. Mentre secondo un’altra ricerca, un lavoratore su cinque negli Usa è a serio rischio burnout, quell’esaurimento da lavoro che si palesa in presenza di situazioni stressanti protratte a lungo. Del resto, qualche anno fa la stessa Organizzazione mondiale della sanità aveva definito lo stress l’epidemia del XXI secolo. È per risvegliare l’interesse delle persone su questo problema che l’ISMA, International Stress Management Association, ha indetto a novembre la “settimana dello stress”.

Ma cosa intendiamo quando parliamo di stress? Questa parola nasce nel campo dell’ingegneria per indicare la tensione passiva a cui è sottoposto un materiale. Solo nel 1937 fu introdotta nella terminologia medica dall’endocrinologo austriaco Hans Selye a indicare uno sforzo di adattamento dell’organismo per resistere a stimoli fisici e psicosociali, proprio come un materiale resiste a una sollecitazione esterna. Successivamente si è scoperto che il nostro organismo reagisce a tali stimoli con la secrezione di alcune sostanze, in particolare un ormone (il cortisolo) e alcuni neurotrasmettitori (le catecolamine, le più importanti delle quali sono adrenalina, noradrenalina e dopamina).

Massimo Biondi, ordinario di psichiatria alla Sapienza,

spiega le diverse tipologie e le più recenti terapie

Bisogna dire subito che lo stress non è di per sé una malattia e neppure necessariamente una condizione negativa, ma piuttosto un’importante reazione di difesa e adattamento dell’organismo al variare delle richieste ambientali. In questo senso possiamo parlare di un meccanismo primordiale: lo stress preparava l’organismo dei nostri antenati che si aggiravano nella savana alle reazioni di fuga o di lotta quando si trovavano davanti a una minaccia, come un animale feroce, e facilitava così la loro sopravvivenza. Tuttavia, oggi che le minacce che incontriamo sono spesso più simboliche che fisiche, più previste che reali, e che vengono continuamente anticipate dal nostro cervello, può capitare che lo stress abbia effetti negativi sull’organismo stesso.

«Negli ultimi anni – dice Massimo Biondi, professore ordinario di psichiatria all’Università Sapienza di Roma – sono stati pubblicati diversi studi in Europa che documentano un progressivo aumento dello stress nella popolazione. Per capire di cosa parliamo, però, bisogna pensare che lo stress può essere acuto o cronico. Il primo, che segue un evento avverso, dà luogo a un picco di reattività dell’organismo: il cortisolo in circolo aumenta di 5-6 volte, il battito cardiaco accelera, la pressione sale. È uno stato che dura mezz’ora, un’ora e poi si placa. Molti di questi casi sono “fisiologici” e non danneggiano un organismo sano. Il secondo si verifica quando gli stimoli durano nel tempo: la malattia di un familiare, conflitti continui sul lavoro, incertezza sul lavoro, problemi importanti, una separazione o un divorzio, problemi legali, disoccupazione, la morte di una persona cara, litigi continui, ecc… La reazione dell’organismo in questo caso non è intensa, ma perdura e sollecita l’organismo a volte per mesi o anni. È questo stress cronico la vera fonte di disturbi».

I disturbi che possono conseguire sono di diversa natura, anche perché lo stress può prendere due vie: la via somatica e la via mentale. «Molti studi negli ultimi anni hanno dimostrato che lo stress aumenta il rischio di sviluppo di diverse malattie: infarto, ipertensione, disturbi gastrointestinali, malattie infettive e anche taluni casi di cancro. Tanto è vero che oggi studiare lo stress è diventato un modo per studiare il ruolo che eventi esterni hanno nella genesi delle patologie multifattoriali, cioè dovute a fattori diversi. In linea generale, potremmo dire che lo stress è un co-fattore nella patogenesi e fa emergere le malattie verso cui una persona è già predisposta geneticamente».

A questo proposito è interessante la storia della sindrome di Tako-Tsubo. All’inizio degli anni Novanta i cardiologi hanno individuato questa sindrome che colpisce nel 90 per cento dei casi donne nell’età post-menopausa. È una condizione che ha tutte le caratteristiche dell’infarto, ma non è un infarto. La cosa che contraddistingue questa malattia è la strana forma che assume il cuore. L’apice dell’organo è come se smettesse di contrarsi, mentre la base invece si contrae in maniera ipercinetica. In tal modo il sangue fa più fatica ad essere espulso dal ventricolo sinistro, così il cuore presenta una conformazione che ricorda quella di un vaso usato come trappola per polpi, chiamato Tako-Tsubo e utilizzato in Giappone, dove la sindrome è stata inizialmente descritta. Ebbene, la patologia sembra essere correlata a stress psichici intensi: forti emozioni, paura, panico, spaventi, lutti, tanto che viene anche chiamata “sindrome da crepacuore”. In particolare ci sono forme che vengono precedute da un forte stress passivo, una condizione in cui la persona viene sottoposta a pressioni, ma non ha possibilità di rispondere.

«Dal punto di vista mentale – spiega Biondi – lo stress ha un ruolo nell’ansia patologica, nei disturbi del sonno, nella depressione, nel disturbo bipolare, nel disturbo post traumatico da stress, nelle ossessioni, e si è visto che è correlata anche a un rischio psicotico. Pure in questo caso parliamo di co-fattori, ovvero di elementi che agiscono sulla base di una vulnerabilità genetica».

Diceva Hans Selye che la completa libertà dallo stress è rappresentata dalla morte. Dunque, contrariamente a quanto si pensa, non dobbiamo e non possiamo evitare lo stress, ma possiamo affrontare l’agente stressante (chiamato dagli esperti stressor) in modo da evitare le conseguenze negative. Ad esempio, si è visto che chi è solo si stressa di più, mentre la rete di contatti è protettiva. «Ci sono altre due parole da tenere presenti nell’affrontare lo stress – osserva Biondi – e una è il coping, ossia l’insieme dei meccanismi comportamentali messi in atto dalla persona per superare l’evento». In altri termini potremmo chiamarlo il “sapere come cavarsela”, e si può capire perché non risponda una regola generale: ognuno ha il suo metodo per cavarsela. «L’altra parola è resilienza, che significa la capacità di tornare allo stato precedente, come fa una palla di gomma dopo che è stata sottoposta a una pressione. È una capacità che un po’ è innata e un po’ si costruisce. Le psicoterapie brevi lavorano molto su coping e resilienza. In ogni caso, dal punto di vista medico e psicologico dire che la patologia di un determinato paziente ha le sue radici nello stress è un’affermazione che va comprovata, come tutte le diagnosi, sulla base dell’anamnesi e della letteratura scientifica».

Una delle cause principali viene dal lavoro

Gestirlo è un dovere e un buon investimento

Il lavoro è sicuramente una delle cause principali di stress: sia per chi ce l’ha, sia per chi non ce l’ha. Un sondaggio di opinioni effettuato dall’EU.OSHA (l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro) rivela che circa la metà dei lavoratori europei ritiene che lo stress correlato con il lavoro sia un problema comune. Tra le cause più frequenti figurano la riorganizzazione e l’insicurezza del lavoro, le lunghe ore trascorse sul luogo di lavoro, l’eccessivo carico nonché le molestie e la violenza. Allo stress lavorativo è dovuta, secondo gli studi, circa la metà delle giornate lavorative perse. Per l’Unione Europea gestire lo stress da parte dei datori di lavoro è dunque un imperativo morale, un dovere giuridico e anche un buon investimento. Purtroppo però non sempre questo avviene. «Eppure – spiega Biondi – si è visto come un insieme di persone disaggregate sul luogo di lavoro faccia aumentare il rischio di errori, oltre a creare disturbi nei lavoratori che si possono poi presentare in vario modo: insonnia, gastriti, irritabilità, mal di testa, mal di schiena, ansia, depressione». Lo stress spesso peggiora – aggiunge l’OMS – quando i lavoratori sentono di avere poco sostegno dai colleghi e dai capi e quando percepiscono di avere poco controllo sui processi lavorativi.

Per capire come debba essere un luogo di lavoro salutare, basta pensare alla definizione di salute fornita dalla stessa OMS: non solo l’assenza di malattie ma uno stato di completo benessere, fisico e mentale. Un luogo di lavoro salutare quindi, secondo l’agenzia delle Nazioni Unite, è quello in cui non solo c’è assenza di condizioni che possano danneggiare la salute, ma anche una abbondanza di condizioni che la favoriscano.

*giornalista, redattrice di “Scienza e Società”, docente di Comunicazione della scienza


Cinque tecniche per aiutarsi 

L’American Psychological Association ha stilato un elenco di cinque tecniche che la ricerca ha dimostrato essere efficaci per ridurre lo stress.

Prendere una pausa dallo stressor 

Lo stressor è la persona, la cosa, l’evento che ci causa stress. Può sembrare difficile allontanarsi dal lavoro urgente che dobbiamo consegnare o da nostro figlio che piange o da quelle bollette da pagare, ma anche venti minuti di pausa per prenderci cura di noi e pensare ad altro possono aiutarci a guadagnare una nuova prospettiva e a sentirci meno sopraffatti dagli eventi.

Esercizio fisico 

Un’attività fisica regolare fa bene alla mente oltre che al corpo. E non serve molto tempo a disposizione. Si è visto infatti che anche venti minuti passati a camminare, correre, nuotare, danzare possono dare un beneficio immediato e che può durare anche alcune ore.

Ridere 

Il nostro cervello è strettamente interconnesso con le nostre emozioni e con le nostre espressioni facciali. Quando una persona è stressata si vede dalla faccia. Ridere o anche sorridere può aiutare a rilasciare le tensioni e migliorare lo stato d’animo. Inoltre, gli specialisti della Mayo Clinic del Minnesota hanno sottolineato come ridere faccia aumentare la quantità di aria ricca di ossigeno nel nostro corpo, stimolando il cuore, i polmoni e i muscoli, un effetto che aumenta l’endorfina rilasciata dal cervello.

Chiedere una mano 

Telefonare a un amico, mandare un messaggio o una email per condividere le nostre preoccupazioni con altri aiuta ad abbassare il livello di stress, ma è importante che la persona con cui parlare sia una di cui ci si fida e che sappiamo che ci capirà. Se il nostro stressor è la famiglia, ad esempio, è meglio che non cerchiamo conforto all’interno di essa.

Meditazione 

La meditazione è una tecnica che aiuta la mente e il corpo a rilassarsi. Quando le persone la praticano riescono a liberarsi delle emozioni che causano loro stress. Anche una meditazione breve, dicono le ricerche, può dare effetti positivi.

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