Intervista al professor Roberto Scioli*

Le malattie dell’apparato cardiovascolare sono la principale causa di morbilità e mortalità nel mondo occidentale. In Italia, la mortalità per cardiopatia ischemica rappresenta il 12% di tutte le morti nella popolazione tra 35-75 anni, di cui circa l’8% per infarto miocardico acuto. L’ictus cerebri è responsabile ogni anno in Italia di circa 200.000 casi; nella maggioranza di essi l’origine “cardio-embolica” accertata è responsabile di elevata mortalità o esiti invalidanti. L’aumento dell’età media della nostra popolazione ha determinato un progressivo incremento degli eventi; ciò ha stimolato la ricerca sulla diagnosi ed il trattamento precoce delle malattie cardiovascolari aterosclerotiche e delle aritmie cardiache, in primis la fibrillazione atriale, che determinano un aumento del rischio trombo embolico.

Incontriamo il professor Roberto Scioli, cardiologo, docente alla Scuola di specializzazione in Cardiologia dell’Università dell’Aquila, che da circa trent’anni si dedica al trattamento di pazienti cardiologici acuti; nella sua esperienza professionale spiccano ruoli di responsabilità nelle Unità di Terapia Intensiva Cardiologica del Servizio sanitario nazionale e la partecipazione attiva ad associazioni professionali di livello regionale e nazionale.

Professore Scioli, cosa possiamo fare per prevenire la malattia coronarica?

Di vitale importanza è identificare precocemente soggetti esposti a rischio cardiovascolare globale elevato, anche in età giovanile; ostacolare la formazione e l’estensione della placca aterosclerotica mediante un’attenta attività di prevenzione sui fattori di rischio cardiovascolare. Fattori che si distinguono in non modificabili (età, familiarità…) e modificabili (fattori ambientali, abitudine al fumo, alimentazione, vita sedentaria, ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, diabete mellito…). Le strategie diagnostiche attualmente a disposizione, non invasive (ecocardiografia, test provocativi, cardio-TAC…) ed invasive (angiografia coronarica o delle arterie  periferiche) consentono una corretta diagnosi precoce della malattia cardiovascolare ed un efficace trattamento farmacologico e/o interventistico delle lesioni con le procedure di angioplastica transluminale, la metodica spesso chiamata “palloncino” con l’applicazione eventuale di “stent”, che sono come delle piccole molle che mantengono pervi i vasi disostruiti.

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E per ridurre il rischio di ictus cerebri?

Negli ultimi anni ci sono stati molti progressi in campo diagnostico e terapeutico che hanno suggerito di rivedere con appositi aggiornamenti anche le Linee Guida nazionali ed internazionali per la gestione ed il trattamento della fibrillazione atriale, aritmia frequente specie nei soggetti anziani, forse un tempo sottovalutata e certamente “sotto trattata”, responsabile di fenomeni embolici multipli con progressivo deterioramento cerebrale. Disponiamo oggi di sofisticati metodi di registrazione elettrocardiografica anche prolungata (da 24-48 ore fino a 30 giorni) con possibilità di trasmissione a distanza del segnale e tempestivo riconoscimento dei fenomeni parossistici (non meno pericolosi dal punto di vista trombo-embolico). Il trattamento delle aritmie con metodiche invasive (ablazione transcatetere a radiofrequenza) permette in casi selezionati di risolvere in modo radicale il problema. L’identificazione di categorie ad elevato rischio trombo-embolico è fondamentale per avviare il trattamento anticoagulante orale, di primaria importanza per ridurre il rischio di questa complicanza. L’attuale disponibilità di nuovi farmaci che hanno dimostrato efficacia antitrombotica e riduzione del rischio emorragico ha aperto nuove frontiere ed allargato la popolazione di pazienti che possono essere trattati con maggiore sicurezza.

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Negli ultimi anni sono aumentate le malattie della tiroide e molti trovano un nesso con le malattie di cuore. Ma, insomma, tiroide e cuore sono nemici o alleati?

L’apparato cardiovascolare è fortemente influenzato dagli ormoni tiroidei, a livello miocardico e vascolare periferico. La frazione biologicamente più attiva è l’ormone T3 (triiodotironina) che interagisce con recettori presenti nelle cellule. Tale ormone sul cuore ha l’effetto di aumentare la frequenza cardiaca e la capacità di contrazione,  mentre sui vasi arteriosi induce una dilatazione. Nella condizione di “ipertiroidismo” si può avere un incremento della gittata cardiaca con forte incremento del consumo miocardico di ossigeno e della frequenza cardiaca con la conseguenza di una ridotta tolleranza allo sforzo, uno stato di insufficienza cardiaca ed aritmie (frequente insorgenza di fibrillazione atriale). Il cuore in queste situazioni “soffre” subendo un lento “rimodellamento” delle pareti del ventricolo sinistro che divengono prima più spesse e riducono la loro funzione di pompa, inoltre la comparsa di aritmie, spesso resistenti al trattamento, determina un aumento della mortalità cardiovascolare, anche per fenomeni trombo-embolici. Perciò anche una condizione di “ipertiroidismo sub-clinico” va tempestivamente diagnosticata e precocemente corretta per evitare le progressive modificazioni organiche strutturali. All’opposto nelle condizioni di “ipotiroidismo” conclamato si determina una marcata riduzione della contrattilità miocardica, con una dilatazione cardiaca  e segni di scompenso cardiaco, aggravati da aritmie e rapida progressione dei fenomeni aterosclerotici per incremento di colesterolo LDL (il cosiddetto “colesterolo cattivo”) legato al rallentamento del metabolismo epatico. Le alterazioni elettrocardiografiche caratteristiche determinano “dispersione elettrica” a livello miocardico con marcato incremento della mortalità per aritmie. È interessante ricordare che, viceversa, in corso di cardiopatia acuta o cronica (infarto miocardico; scompenso cardiaco) è stata rilevata una riduzione della concentrazione serica degli ormoni tiroidei; nello scompenso cardiaco cronico avanzato questa condizione può contribuire ad ulteriore deterioramento delle condizioni cardiocircolatorie. Appare quindi evidente come le interazioni tra cuore e tiroide sono complesse e meritano attenzione da parte del clinico e degli specialisti cardiologi ed endocrinologi che, per il bene del paziente, devono lavorare in équipe e divenire “alleati” nel processo diagnostico-terapeutico.

* Cardiologo presso Rome American Hospital

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