Medico e paziente: un rapporto empatico

ELENA BERARDELLI * – MARGHERITA TRABUCCO**

Il mondo sanitario si presenta come una realtà estremamente variegata: dai reparti di lunga degenza alle urgenze del pronto soccorso, dalla consulenza dello specialista al lavoro del medico di famiglia, per non parlare del notevole numero di figure professionali che operano in questo ambito (medici di ogni specializzazione, infermieri, psicologi, ausiliari, terapisti occupazionali, fisioterapisti, ecc.). Tale diversità e frammentazione di ruoli risulta del tutto apparente se si focalizza l’attenzione su ciò che caratterizza il professionista sanitario, ossia il rapporto con il paziente, un individuo che vive una patologia fisica o psichica e che necessita di cura.

Come in ogni rapporto c’è un inizio.
«Buongiorno dottore, sto molto male».
«Buongiorno signora, mi racconti».

In queste parole non c’è routine, quanto piuttosto la base per la costruzione della relazione tra il professionista sanitario e il paziente. Il ricostruire la storia clinica della persona è un momento cardine della visita medica di ogni professionista. La storia del paziente viene raccolta nell’anamnesi, termine che deriva dal greco e significa “ricordo”. Ad ogni prima visita, ad esempio, il medico per conoscere chi ha davanti raccoglie in modo organizzato delle informazioni dal paziente circa la sua storia patologica famigliare e personale, quest’ultima sia legata al passato sia legata alla malattia per la quale si sta rivolgendo al medico.

Sembra una procedura apparentemente semplice: a domanda del professionista, risposta del paziente. In realtà l’anamnesi rappresenta un momento fondamentale nel rapporto che si vuole instaurare con il paziente, dove la comunicazione gioca un ruolo cardine.

Ma come relazionarsi con il paziente ad un primo incontro? Come riuscire a ricostruire la sua storia senza incorrere nel rischio di un’anamnesi inquisitoria?

Non esiste un decalogo di comportamenti a cui attenersi, né un elenco di domande giuste o sbagliate da dover porre per poter entrare in rapporto. Se c’è reale interesse e partecipazione alla storia dell’essere umano, qualsiasi quesito sarà formulato avrà la sua validità e la sua appropriatezza. Solo all’interno del rapporto empatico il paziente racconterà di sé e della sua malattia e avrà quindi modo e tempo di ricordare tutti gli elementi che riguardano il suo stato di salute, come ad esempio quando siano iniziati i sintomi o quando si siano acuiti.

Alla base del rapporto ci deve essere una comunicazione valida che impegna il professionista ad adattare il linguaggio e le proprie modalità di relazione alla tipologia di persona che ha di fronte, dal paziente anziano che magari non capirà il significato di termini scientifico-specialistici al bambino che non sarà felice di farsi visitare.

Sarebbe importante attuare dei corsi di formazione che propongano il rapporto professionista sanitario-paziente come centrale all’interno del processo di cura. La salute, intesa come ben-essere della persona, nasce dall’integrazione di psiche, affetti e soma. In quest’ottica il paziente non è solo portatore di una malattia ma è un essere umano con una sua realtà affettiva che, se valida, favorirà il benessere di quell’individuo. Diversamente manifesterà la perdita di tale integrazione attraverso il corpo. Scopo di questo percorso sarà aiutare ciascun professionista sanitario a valorizzare il suo percorso formativo, e far sì che le diverse figure professionali che si occupano di salute comprendano quanto i propri aspetti emotivi ed affettivi siano fondamentali nel rapporto con il paziente.

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*Medico e Counselor
** Psicologa e Counselor

Le autrici dell’articolo collaborano con la Scuola di Counseling “Soave Sia il Vento”
www.soavesiailvento.it