Inversione di rotta per tenere sotto controllo il virus

*CRISTIANA PULCINELLI

Sembra ormai chiaro che con il virus Sars Cov 2 dovremo convivere ancora per diversi mesi. Se vogliamo tenere sotto controllo la pandemia, almeno finché non si renda disponibile un vaccino, la parola d’ordine d’ora in poi, dunque, è contact tracing che vuol dire: individuare precocemente la persona sintomatica, testarla, rintracciare le persone con cui è stata a contatto, possibilmente fare il test anche a loro e poi applicare le misure di quarantena. Per mettere in atto questa strategia diventa fondamentale la cosiddetta medicina territoriale, ossia da un lato i medici di medicina generale, dall’altro i servizi di prevenzione e epidemiologia delle Asl. Sulle loro spalle graverà la responsabilità di individuare nuovi focolai e contenerli prima che portino alla situazione drammatica che abbiamo vissuto dalla fine di febbraio nel nostro Paese. Si tratta di un compito difficile. Sicuramente per alcune regioni più che per altre, anche se gli operatori da noi contattati in diverse realtà territoriali lamentano lo stesso problema: per molti anni questi settori sono stati dimenticati, depauperati di risorse economiche e hanno avuto poco ricambio di personale. Bisogna, dicono, ripartire da qui, dal fatto che negli ultimi tempi si è fatto un gran parlare di medicina incentrata sul paziente mentre la medicina attenta alla popolazione è stata praticamente dimenticata.
Secondo Giovanni Rezza, nominato da poco a capo della Direzione generale prevenzione del ministero della Salute e precedentemente direttore del Dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, «di positivo c’è che le Regioni hanno imparato a creare le zone rosse che permettono di arginare la diffusione prima di arrivare a un nuovo lockdown del Paese che sarebbe davvero problematico. Il punto critico è che mentre in questi mesi le strutture ospedaliere sono state adeguate con la creazione degli ospedali Covid e l’aumento delle terapie intensive, le strutture territoriali vanno invece ancora rafforzate, anche con personale nuovo e addestrato».

Bisogna integrare ospedale e assistenza domiciliare
e puntare sulla formazione del personale

Il personale, però, da solo non basta se non c’è un’organizzazione efficiente, ci spiega Pierluigi Bartoletti, vicepresidente dell’Ordine dei medici di Roma e segretario romano della Federazione italiana medici di medicina generale: «Va bene rimpolpare la pianta organica, ma bisogna sempre domandarsi: per fare cosa? Dobbiamo ripensare l’organizzazione dei servizi con due obiettivi primari: il primo è avere meno burocrazia, il che vuol dire che i medici tornino a fare i medici liberandosi dalle carte; il secondo è che l’organizzazione sia finalizzata a un miglioramento del servizio e all’attenzione alla salute delle persone». Se vogliamo essere pronti in futuro, dobbiamo guardare a cosa non ha funzionato nei mesi scorsi. «Prima di tutto – continua Bartoletti – si sono contagiati troppi operatori sanitari. Oggi, per evitare di ripetere questo errore, questo dramma, ci vuole l’approvvigionamento dei dispositivi di protezione, ma anche un’adeguata formazione del personale perché la protezione non dipende solo dalla mascherina e dalle tute ma da tutte le procedure di comportamento dell’operatore. Un altro elemento fondamentale è l’integrazione tra ospedale e medicina territoriale che nel Nord è mancata. Ad esempio, i malati di Covid usciti dall’ospedale vanno assistiti a casa a lungo per una riabilitazione completa. Ci vuole quindi una risposta di sistema».
Nelle realtà locali già si è partiti. A Modena ci si sta concentrando sulle realtà produttive. In un territorio dove la filiera alimentare dà lavoro a migliaia di persone e che è rimasta attiva anche nella fase 1 della pandemia, l’attenzione deve essere massima. Tra i punti critici c’è il fatto che i lavoratori delle aziende in molti casi sono interinali e quindi più difficili da controllare, perché cambiano continuamente luogo di lavoro. Inoltre, in alcuni contesti industriali il distanziamento fisico così come il mezzo tempo non sono possibili. Per migliorare l’indagine epidemiologica, quindi, si è pensato di modificare e ampliare il numero di domande per cogliere subito possibili situazioni di rischio anche nel contesto lavorativo, con domande sulle mansioni, la postazione di lavoro, sull’uso di mascherine e guanti e sul distanziamento. Per questo lavoro di rintracciamento dei casi sono stati coinvolti i medici di medicina generale ma anche le aziende, con alcune delle quali, come la Ferrari, è stato fatto un accordo. Spiega Giuliano Carrozzi del servizio epidemiologia Ausl di Modena: «È stato anche attivato un software che guida nella geolocalizzazione dei luoghi di lavoro, di viaggio, di abitazione, collegando ogni occasione di incontro tra persone a un luogo attraverso la raccolta di indirizzi». Oltre a potenziare l’indagine epidemiologica, si cerca di venire incontro alla richiesta dei medici di medicina generale di eseguire i tamponi ai casi sospetti, ovviamente seguendo delle priorità perché il numero di tamponi processabili non è infinito.
La Regione Campania punta a un piano di presa in carico territoriale dei pazienti Covid a cui parteciperanno le unità sanitarie locali, i medici di medicina generale, la medicina territoriale, i dipartimenti di prevenzione. Come illustra Angelo D’Argenzio del Servizio igiene e sicurezza per i luoghi di lavoro della Regione, serve «un’organizzazione che consenta di condividere subito l’informazione sui nuovi casi in modo da valutare l’approccio ma anche la presa in carico delle persone: ad esempio, se la diagnosi è fatta su una persona con due o più patologie e magari ultrasessantacinquenne, sappiamo che la dovremo tenere sotto osservazione in modo più stringente, oltre a valutare le possibilità di isolamento e sorveglianza dei contatti stretti. Tutte queste attività vanno condotte da team altamente specializzati, opportunamente e continuamente formati, capaci di lavorare in rete». Uno strumento utile a questo scopo è la Piattaforma unica regionale dei tamponi, con la quale l’esito del tampone appena processato dal laboratorio di riferimento si può consultare, in tempo reale, da varie postazioni. Ciò permette di monitorare tempestivamente il numero di nuovi casi e migliorare la sorveglianza».

Dall’Emilia al Veneto, alla Campania in arrivo
innovativi progetti di prevenzione diffusa

A Treviso si punta sulla rete e sulla razionalizzazione delle forze. La sorveglianza delle persone in isolamento – racconta Mauro Ramigni, del Servizio epidemiologia Ulss 2 della Marca Trevigiana, la si fa coinvolgendo anche i sindaci dei paesi: «Del resto non abbiamo braccialetti o strumenti che ci garantiscono che le persone non escano, dobbiamo aiutarli con il controllo sociale, ad esempio portando loro la spesa o quello di cui necessitano». Il personale serve, non c’è dubbio, anche se – dice Ramigni – sistemi gestionali migliori permettono di perdere meno tempo con le scartoffie e quindi una razionalizzazione delle forze: «Io credo che una persona ogni due nuovi casi sia un rapporto giusto. Certo, il rilassamento ora fa un po’ paura». Per affrontare questa fase le app per tracciare i contatti possono essere strumenti utili perché le persone possono non ricordare con chi sono entrate in contatto nei giorni precedenti alla diagnosi.
Anche i medici di medicina generale si stanno attrezzando: «Si mettono in sicurezza le sale d’attesa che saranno meno piene e avranno metodi d’accesso selettivi – prosegue Bartoletti – e ci prepariamo inoltre con nuova diagnostica negli studi, ad esempio i test rapidi per Covid 19 che dovrebbero essere disponibili tra luglio e agosto e che permetteranno un controllo capillare delle persone». Ma, ci tiene a precisare Bartoletti, tutto ciò è solo una parte del lavoro che si dovrà affrontare: «L’assistenza domiciliare, il controllo dei malati cronici: in questi mesi tutto si è fermato, ora devono riaprire i servizi di prima necessità, come gli ambulatori nel fine settimana. Nel Paese ci sono tante persone con tumori, malattie cardiovascolari, ci sono gli anziani che vanno controllati con attenzione. Dobbiamo ripartire anche per loro».

* giornalista, redattrice di “Scienza e Società”, docente di Comunicazione della scienza

SCARICA L'ESTRATTO