Come va contrastata la resistenza agli antibiotici

CRISTIANA PULCINELLI *

La resistenza agli antibiotici è una crisi mondiale che non possiamo ignorare. Se non affrontiamo questa minaccia con un’azione forte e coordinata, ci riporterà  indietro a un tempo in cui le persone dovevano temere le infezioni più comuni e rischiavano la vita per piccoli interventi chirurgici. Le parole di Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), fanno capire quanto grave sia il problema. Del resto, già nel 2014 gli scienziati che
avevano stilato il rapporto Review on Antimicrobial Resistance, voluto dal governo inglese, avevano calcolato che gli effetti della resistenza agli antimicrobici causano circa 50.000 decessi ogni anno solo in Europa e negli Stati Uniti e che, in assenza di interventi efficaci, il numero di infezioni complicate da questo fenomeno potrebbe arrivare, nel 2050, a provocare la morte di 10 milioni di persone l’anno.

Il problema non riguarda solo gli antibiotici, ossia i farmaci utilizzati contro i batteri, ma anche i farmaci che curano infezioni dovute ad altri microorganismi come virus, funghi e parassiti. Oggi, infatti, si parla più in generale di “resistenza agli antimicrobici”. In cosa consiste? I microorganismi possono mutare naturalmente acquisendo alcune caratteristiche che li rendono resistenti ai farmaci che dovrebbero ucciderli. Replicandosi, trasmettono tali caratteristiche alle generazioni successive. Ma se il fenomeno è irrilevante in condizioni normali, quando il farmaco viene usato in modo inappropriato, è facile che si selezionino le varianti resistenti che così possono diventare dominanti. Di conseguenza le cure diventano inefficaci e vengono a mancare le armi principali che ci hanno permesso negli ultimi ottanta anni di battere malattie come polmoniti, tubercolosi, infezioni del tratto urinario o del sangue.

Uno degli “usi inappropriati” del farmaco è il suo sottodosaggio. «Un evento – spiega Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma – che si può verificare, ad esempio, con i farmaci di scarsa qualità che spesso si trovano in commercio nei Paesi più poveri. In questo caso l’antimicrobico contiene una quantità di principio attivo troppo bassa e questo fa sì che i ceppi resistenti si sviluppino. Invece in Paesi come l’Italia
il sottodosaggio può essere il risultato di una prescrizione errata di dosi troppo basse di farmaco, oppure di una sospensione della cura troppo precoce, quando i sintomi della malattia sono scomparsi, ma l’infezione che li ha causati non è stata del tutto eradicata».

Intervista a Giuseppe Ippolito, direttore scientifico
dell’Istituto nazionale per le malattie infettive “Spallanzani”

L’altro “uso inappropriato” riguarda l’abuso. Si è visto infatti che un consumo eccessivo di antibiotici è correlato a un aumento dei batteri resistenti. Secondo i più recenti dati diffusi dall’ECDC, il centro europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie, l’Italia si trova ai primi posti nella lista dei Paesi che consumano più antibiotici, sia negli ospedali che al di fuori di essi. E anche la resistenza agli antibiotici nel nostro Paese è tra le più elevate d’Europa, quasi sempre al di sopra della media. L’abuso – bisogna sottolineare – non riguarda solo gli esseri umani: in molti allevamenti vengono somministrati a tutti gli animali e per lunghi periodi di tempo antibiotici a basso dosaggio per prevenire le infezioni e favorire la crescita dei capi. Si calcola che nel settore veterinario si consumi oltre il 50% degli antibiotici utilizzati globalmente. Questo aumenta il rischio di selezione e diffusione di batteri resistenti. Purtroppo i batteri resistenti possono facilmente essere trasmessi dall’animale all’uomo sia per contatto diretto, sia ingerendo alimenti di origine animale, sia attraverso più complessi cicli di contaminazione ambientale.

Il problema dunque è complesso e può essere affrontato solo con interventi coordinati. È nato così One Health, un approccio che riconosce che la salute è una sola: per l’uomo, per gli animali e per l’ambiente. Tre agenzie delle Nazioni Unite – l’OMS, la FAO, che si occupa di cibo e agricoltura, e l’OIE, l’organizzazione per la salute animale – hanno cominciato a collaborare per sviluppare interventi che riguardino la medicina umana e la medicina veterinaria. Tutte insieme hanno organizzato la settimana mondiale della consapevolezza sugli antibiotici (13-19 novembre scorso). Contemporaneamente, anche l’Europa ha deciso di lanciare una giornata dedicata a questo tema il 18 novembre.

Uno dei punti critici in tutto il mondo, compresi Stati Uniti e Europa, è la diffusione delle infezioni ospedaliere che, secondo gli ultimi dati dell’Istituto superiore di sanità, in Italia mietono tra le 4500 e le 7.000 vittime l’anno. Mentre oltre mezzo milione di pazienti italiani ogni anno si ricoverano per curarsi e si trovano a dover fronteggiare un’infezione presa proprio in ospedale. Molte di queste infezioni sono dovute proprio a superbatteri resistenti ai farmaci. «Le infezioni da germi multiresistenti – spiega Ippolito – spesso si manifestano in pazienti ricoverati in ospedale. Le principali modalità con cui si manifestano queste infezioni sono le sepsi associate all’uso di cateteri venosi centrali, che si usano per somministrare diversi tipi di terapie, le polmoniti in pazienti ricoverati nelle terapie intensive e sottoposti a ventilazione assistita, le infezioni urinarie associate all’uso di cateteri e le infezioni del sito chirurgico. Quando un germe multiresistente è introdotto in un ambiente sanitario, la sua persistenza è favorita da una serie di fattori come la pressione selettiva determinata da un largo uso di antibiotici e la presenza contemporanea di molti pazienti che sono suscettibili ad acquisire le infezioni per la loro malattia di base e per gli interventi terapeutici ai quali sono sottoposti. Spesso sono gli stessi operatori sanitari che, contaminandosi le mani durante l’assistenza ad un paziente infetto, possono portare l’infezione ad un altro paziente.

La corretta igiene delle mani, quindi, è indispensabile per abbattere il numero di infezioni ospedaliere». Mentre quindi i vecchi antimicrobici spesso non funzionano più, denuncia l’OMS, si investe poco nella ricerca di nuovi antimicrobici, così come nella messa a punto di nuovi vaccini e di strumenti diagnostici per individuare i microrganismi resistenti. Le industrie farmaceutiche, probabilmente, considerano queste linee di ricerca troppo poco remunerative rispetto ad altre, ad esempio quelle per gli antitumorali, farmaci che costano molto di più di un antibiotico.

Farmaci venduti, cure ospedaliere, uso veterinario:
gli obiettivi del Ministero della Salute per il 2020

Cosa si può fare per migliorare la situazione? Il ministero della Salute, seguendo le indicazioni europee, ha presentato un Piano nazionale di contrasto all’antimicrobico-resistenza i cui obiettivi sono ridurre del 10% il consumo degli antibiotici acquistati in farmacia, del 5% quelli dispensati in ospedale e del 30% quelli a uso veterinario entro il 2020. Tra le prime cose da fare c’è agire sulla diffusione delle conoscenze e delle informazioni corrette. Del resto, un’indagine commissionata dall’OMS e condotta in dodici Paesi nel 2015 su circa diecimila persone ha messo in evidenza una diffusa assenza di conoscenze e di percezione dell’importanza del fenomeno dell’antibiotico-resistenza per la salute pubblica. Il 64% degli intervistati, ad esempio, riteneva che gli antibiotici possono essere utilizzati per curare raffreddore e influenza. Il 32% considerava corretto interrompere l’assunzione di antibiotici al miglioramento dei sintomi, piuttosto che  completare il ciclo di trattamento prescritto dal medico. «La prima regola – conclude Ippolito – è non considerare l’antibiotico un farmaco fai-da-te. Bisogna
che la prescrizione del farmaco venga fatta da un medico e il paziente deve sempre seguire attentamente le indicazioni per l’uso. Contemporaneamente bisogna coinvolgere gli specialisti (medici, operatori sanitari, farmacisti, veterinari) perché siano attenti alla problematica e affinché facciano un uso degli antibiotici attento e solo nei casi in cui siano davvero utili e indispensabili».

I più pericolosi microorganismi resistenti ai farmaci

  • ACINETOBACTER: è un batterio gram-negativo che si trova nel terreno e nell’acqua e che può causare polmoniti, meningiti, gravi infezioni del sangue e delle
    ferite. In particolare, Acinetobacter baumannii è responsabile dell’80% delle infezioni. Ha la capacità di acquisire facilmente materiale genetico da altri organismi e quindi sviluppa velocemente varianti resistenti ai farmaci. Si definisce MDRAB un A. baumannii resistente a tre o più antimicrobici: questa variante si trova soprattutto nei reparti di terapia intensiva.
  • KLEBSIELLA PNEUMONIAE: batterio intestinale che può provocare infezioni anche gravi, è una delle cause principali di infezioni ospedaliere come polmoniti e infezioni del sangue, in particolare tra i neonati e i pazienti ricoverati in terapia intensiva. In alcuni Paesi, a causa delle resistenze, gli antibiotici della classe dei carbapenemi indicati per questa infezione funzionano solo nel 50% dei pazienti.
  • ESCHERICHIA COLI: la resistenza ai fluorochinoloni, gli antibiotici più utilizzati contro questo batterio che spesso causa infezioni del tratto urinario, è molto diffusa.
  • STAFILOCOCCO AUREO: la resistenza ai farmaci di prima linea contro le infezioni da stafilococco aureo – un batterio spesso responsabile di infezioni ospedaliere – è molto diffusa. Le persone che hanno una variante del batterio resistente alla meticillina hanno un rischio di morire superiore del 64% rispetto a quelle affette da una forma non resistente dell’infezione.
  • MYCOBACTERIUM TUBERCULOSIS: è l’agente infettivo della tubercolosi. L’OMS stima che nel 2014 c’erano circa 480.000 nuovi casi di tubercolosi multiresistente, ossia resistente ai due principali farmaci contro la malattia. La tubercolosi XDR, extensively drug-resistant, è una forma di malattia resistente a ben quattro farmaci principali utilizzati per combattere la tubercolosi. È stata identificata in centocinque Paesi, compresa l’Italia.
  • PLASMODIUM FALCIPARUM: nel 2016 l’OMS ha confermato che in Cambogia, Laos, Myanmar, Thailandia e Vietnam si sono registrati casi di resistenza ai farmaci di prima linea per il trattamento della malaria da Plasmodium falciparum, le terapie combinate a base di artemisina. Nella stessa area sono stati segnalati casi di malaria resistente a tutti i farmaci oggi a disposizione.

(dati OMS)

* giornalista, redattrice di “Scienza e Società”, docente di Comunicazione della scienza

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