Profili e strumenti della sorveglianza sanitaria

MARCO TURBATI E FLAVIA FUMO*

La sorveglianza sanitaria è definita dal decreto legislativo 81/2008 come l’insieme degli atti medici finalizzati alla tutela dello stato di salute e alla sicurezza dei lavoratori in relazione all’ambiente di lavoro, ai fattori di rischio professionali e alle modalità di svolgimento dell’attività lavorativa. È quindi un’attività volta in primo luogo a prevenire l’insorgenza di malattie professionali. L’Italia risulta in tale campo “leader” rispetto agli altri Paesi industrializzati, in particolare dell’Europa, per aver concentrato su una unica figura, il “medico competente”, tutte le attività che spaziano tra la sorveglianza sanitaria vera e propria, la valutazione dei rischi, la prevenzione e la consulenza alle aziende. Tutte cose che altrove, generalmente, vengono affidate a diverse figure. Certamente è un sistema che funziona e gli incidenti e le malattie professionali negli ultimi cinquant’anni sono drasticamente diminuite e sono in linea con quei Paesi che hanno un sistema di sorveglianza
avanzato.

Nano materiali, stress da lavoro correlato, addotti genetici, cancerogenesi professionale, radiazioni ottiche artificiali. Queste “nuove” parole sono sempre più usate nelle specializzazioni della medicina che sono tra quelle in continua evoluzione e interessano tutti noi: medicina del lavoro e medicina ambientale (branca che si occupa di prevenzione, diagnosi e trattamento delle patologie che possono essere messe in correlazione con “fattori ambientali”).

La storia della interazione tra il lavoro e la salute, così come quella della interazione tra le patologie e l’ambiente è sicuramente nata con l’uomo, ma per cominciare ad intravedere un legame studiato scientificamente dobbiamo attendere un po’. Al XIII secolo risale il primo “rapporto pubblico” sugli effetti dell’inquinamento atmosferico causato dall’uso del carbone come sorgente energetica. Nel 1306 una commissione di studio londinese vietò, con scarso successo, l’uso di carbone per il riscaldamento domestico poiché ritenuto insalubre all’interno delle mura cittadine. L’invenzione della polvere da sparo da parte dei cinesi e la sua diffusione in Europa nel XVI secolo introdussero pericoli da intossicazione da nitrati. Nel XVI secolo Ambroise Paré descrisse per la prima volta nella storia una ferita da arma da fuoco. Studi successivi cercarono di approfondire i legami tra alcune attività, come quella estrattiva o quella agraria, e le patologie che colpivano i lavoratori di quei settori.

Un punto cardine, comunque da tutti riconosciuto, è una vera gloria italiana. Nel 1713 il medico Bernardino Ramazzini, ancora oggi considerato il padre della moderna medicina del lavoro, elaborò il primo trattato sistematico e completo della disciplina, il De morbis artificum diatriba. Da allora i destini della medicina del lavoro e il suo ruolo nella società sono stati variabili e discontinui a seconda delle priorità e degli interessi dominanti nella società. Non potendo approfondire tutte le fasi che hanno caratterizzato l’evoluzione della medicina del lavoro negli anni in Italia, e nel mondo, dobbiamo però ricordare alcune leggi che hanno regolamentato questo tema centrale nella società.
Sono infatti solo tre gli obiettivi principali della medicina del lavoro:

  • il mantenimento e la promozione della salute e della capacità lavorativa
  • il miglioramento dell’ambiente di lavoro e del lavoro stesso per renderli compatibili ad esigenze di sicurezza e di salute
  • lo sviluppo di un’organizzazione e di una cultura del lavoro che vada nella direzione della salute e della sicurezza, creando nello stesso tempo un clima sociale positivo e non conflittuale e tale da poter migliorare la produttività delle imprese. Il concetto di cultura del lavoro va inteso in questo contesto come una riflessione sui sistemi di valori essenziali adottati dalle imprese.

Pur se le prime leggi in questo campo sono introdotte in Italia nel 1930 all’interno del codice penale (art. 437) e nel 1942 nel codice civile (art. 2087), leggi specifiche in materia di igiene e sicurezza del lavoro risalgono invece agli anni Cinquanta con il d.p.r. 547 del 1955, il d.p.r. 303 del 1956 e il d.p.r. 164 del 1956. Successivamente all’ingresso dell’Italia in Europa e all’emanazione di direttive comunitarie in materia, sono stati redatti altri decreti, tra cui il 494 del 1996 è ritenuta la più importante legge in materia di tutela dei lavoratori. Essa pone l’obbligo alle imprese, ai committenti e ai datori di lavoro del rispetto dei decreti precedenti e del miglioramento delle condizioni di lavoro, con l’obbligo della formazione e dell’informazione sui rischi, sviluppando così le basi per la nascita di un nuovo concetto di prevenzione. Si introducono inoltre l’obbligo della valutazione del rischio da parte del datore di lavoro e delle relative misure preventive e un Servizio di Prevenzione e Protezione di cui il datore di lavoro è responsabile. Il decreto legislativo 626/94 viene poi completamente trasfuso, nel 2008, nel cosiddetto Testo Unico Sicurezza Lavoro (81/2008), ritenuto l’ultimo traguardo in questo lungo processo normativo sulla salute e sicurezza del lavoro.

“Sono in aumento i tumori professionali,
calano patologie respiratorie e cutanee”

L’applicazione di tali leggi ha consentito di seguire l’evoluzione delle conoscenze scientifiche. Patologie quali la silicosi o l’asbestosi hanno certamente avuto un crollo di incidenza, mentre in una società delle produzioni tecnologiche e del terziario si affacciano i “nuovi rischi”. Le organizzazioni aziendali complesse debbono affrontare il problema dello stress da lavoro correlato con una valutazione obbligatoria da parte del datore di lavoro di tale aspetto e la necessità di valutare situazioni che possano creare nei dipendenti le alterazioni correlate a tale stato. L’utilizzo nei meccanismi produttivi di nuove tecnologie obbliga tutti gli attori della prevenzione a valutare ed individuare precocemente tutte le fonti di rischio per i lavoratori impegnati nei processi produttivi. L’utilizzo massivo di apparecchiature che possono esporre a un elevato livello di radiofrequenze (come i telefonini) è quotidianamente motivo di confronto e di analisi in campo scientifico. L’inquinamento ambientale correlato alla liberazione nell’ambiente, non solo lavorativo, di tossici e di sostanze cancerogene obbliga a un continuo monitoraggio della esposizione sia della popolazione in generale che di quella più specificamente esposta per ragioni lavorative.

In questo ambito agisce il servizio di prevenzione e protezione aziendale che tra le sue figure, oltre ad ergonomi e igienisti, ha il “medico competente”, lo specialista che deve effettuare tra l’altro l’attività di sorveglianza sanitaria preventiva e periodica prevista dalla legge. Tra i parametri regolarmente analizzati vi è, ad esempio, quello delle malattie professionali. Da dati pubblicati si può notare che negli ultimi 7-8 anni complessivamente c’è un netto aumento delle malattie professionali in Italia riconosciute dall’Inail, pur se con una notevole differenza tra le varie aree regionali, e sono in forte aumento le malattie osteo-artro-muscolo-tendinee che rappresentano i 2/3 del totale. Anche in questo caso la distribuzione geografica non è omogenea. Sono in crescita, anche se con valori più bassi, i tumori professionali (circa 1.000/anno quelli riconosciuti), soprattutto i mesoteliomi pleurici, mentre sono in calo alcune malattie professionali tipiche del passato (patologie respiratorie, pneumoconiosi da silice e silicati), patologie della cute, così come le patologie correlate al rumore. Tali dati, pur se solo citati a titolo di esempio, mostrano comunque la necessità di una continua opera di monitoraggio della salute dei dipendenti e della salubrità dei luoghi di lavoro, poiché il diritto al lavoro è sancito dalla nostra Costituzione ma per essere un lavoro “sano” non può, e non deve, mai essere fonte di disturbi o malattie.

* Medici Competenti per la Sorveglianza Sanitaria

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