Troppa inerzia davanti al riscaldamento globale

CRISTIANA PULCINELLI*

Che il cambiamento climatico sia un processo reale e già in atto è ormai cosa certa. Che abbia un effetto negativo sulla salute degli esseri umani, anche. A confermarlo c’è il lavoro dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il gruppo nato esattamente trent’anni fa per fornire al mondo politico le conoscenze scientifiche su quello che già in quel 1988 si stava profilando come un problema per gli anni a venire: il riscaldamento globale. E, in effetti, l’IPCC in questo lungo periodo ha realizzato cinque rapporti dettagliati sul tema. In ognuno di essi, tranne che nel primo, è presente un capitolo dedicato alla salute: si è capito presto che si trattava di un nodo importante. Negli ultimi anni, tuttavia, la ricerca su quali siano gli effetti sulla salute del cambiamento climatico si è intensificata enormemente fornendo una conoscenza molto più approfondita dei rischi che corriamo.

Il problema è al centro dell’attenzione tanto che stanno nascendo nuove coalizioni come il Global Climate and Health Alliance (http://www.climateandhealthalliance.org/), il Medical Society Consortium on Climate and Health (https://medsocietiesforclimatehealth.org/), il Global Green and Healthy Hospitals (un network di Health Care Without Harm, https://noharm-global.org/issues/global/global-green-and-healthy-hospitals) – E arrivano anche nuovi finanziamenti come quelli di OurPlanet Our Health, programma della fondazione inglese Wellcome Trust.

In questo quadro generale, due importanti riviste mediche sono intervenute recentemente per sottolineare che è il momento di passare dalle parole ai fatti e che non si può più proseguire con l’inerzia che ha contraddistinto finora le politiche di tutti i Paesi su questo tema. La prima rivista è PLOS Medicine che ha dedicato un lungo speciale al tema dei rapporti tra la salute globale e il cambiamento del clima con un titolo significativo: dalla teoria alla pratica (http://collections.plos.org/climate-change-and-health).

Inquinamento da ozono, malattie infettive, malnutrizione e migrazioni forzate tra gli effetti negativi

La rivista dà conto dei nuovi studi pubblicati su questo argomento che confermano l’opinione dell’Organizzazione mondiale della sanità: benché il riscaldamento globale possa portare qualche locale beneficio, come l’incremento della produzione agricola in certe aree, nel complesso gli effetti sulla salute umana sono decisamente negativi. Il pericolo si manifesta in particolare con una maggiore frequenza delle ondate di caldo (contribuiscono alle morti per problemi cardiovascolari e respiratori soprattutto negli anziani), con un aumento delle condizioni meteo estreme, con l’aumento dell’inquinamento atmosferico in particolare da ozono, con una crescita dei casi di alcune malattie infettive e un cambiamento dei loro bacini di diffusione come ad esempio la malaria che potrebbe manifestarsi anche in aree geografiche fino ad oggi non adatte a ospitare la zanzara che la trasmette), con l’aggravarsi della malnutrizione, con il peggioramento della qualità dell’acqua, con le migrazioni forzate e i conflitti che sono conseguenza delle peggiorate condizioni di vita di alcuni popoli.

«I cambiamenti climatici – spiega Emanuele Nicastri, direttore UOC Malattie infettive alta intensità di cura dell’Istituto nazionale “Lazzaro Spallanzani” di Roma – sono responsabili anche dell’emergere di nuove malattie infettive. Circa l’80% di tutte le malattie che colpiscono gli esseri umani ha la sua origine negli animali. Le variabilità del clima, comprese quelle che influenzano la disponibilità di cibo e acqua, hanno un impatto diretto sulle popolazioni degli animali e dei vettori come zanzare, zecche o cimici, sulla loro concentrazione e sulla loro penetrazione in aree abitate da esseri umani. Questi cambiamenti possono permettere a germi patogeni degli animali di superare le barriere di specie e infettare gli esseri umani. Questo è stato il caso ad esempio del virus Nipah in Malaysia che ha determinato una recente epidemia anche in India, o il caso delle infezioni da Hanta virus negli Stati Uniti. Anche gli uccelli migratori possono favorire l’espansione di malattie come le infezioni da virus West Nile e da Usutu attraverso continenti e oceani».

La minaccia alla salute della popolazione mondiale si esprime oggi seguendo schemi che fino a qualche tempo fa non immaginavamo. Ad esempio si è visto che il rischio è maggiore per le donne e i bambini, che le ondate di caldo producono picchi più alti di inquinamento da ozono e hanno un effetto negativo sulle capacità cognitive delle persone e che le piogge estreme contribuiscono alla contaminazione dei sistemi fognari nelle città. Mentre l’aumento di anidride carbonica induce la crescita di piante con un deficit nutrizionale in zinco e ferro che, secondo le ultime stime, causerà nel mondo la perdita di oltre un milione di anni di vita in buona salute (DALYs -disability-adjusted life years) dovuta a disabilità o morte prematura entro il 2050.

La seconda rivista a intervenire sull’argomento è The Lancet. Un lungo articolo uscito a febbraio scorso dava conto del primo rapporto stilato da Lancet Countdown, una collaborazione tra ventiquattro istituzioni accademiche e organismi internazionali presenti in ogni continente per mettere fine a «venticinque anni di inerzia». L’organismo è nato in seguito al lavoro svolto nel 2015 dalla Commissione su “Salute e cambiamenti climatici” voluta dalla stessa Lancet che, nel suo resoconto finale, tirava due conclusioni: 1) il cambiamento climatico prodotto dall’uomo rischia di farci perdere tutto quello che abbiamo guadagnato in salute pubblica negli ultimi cinquant’anni; 2) la risposta a questo problema può essere vista come la maggiore opportunità che ci presenta il XXI secolo per migliorare la salute in tutto il mondo.

Minaccia e opportunità nello stesso tempo. Come è possibile? Lo si comprende bene leggendo alcuni dati: l’Organizzazione mondiale della sanità stima che ogni anno ci siano 7 milioni di morti premature nel mondo a causa dell’inquinamento dell’aria, che è un problema strettamente legato all’immissione di gas serra nell’atmosfera. Inoltre, obesità e malattie croniche sono in aumento in tutto il mondo e si calcola che altre 5,3 milioni di morti premature ogni anno siano da attribuire agli stili di vita sedentari che sono dovuti soprattutto all’uso eccessivo di quei mezzi di trasporto che sfruttano i combustibili fossili. Un circolo vizioso, quindi, che però potrebbe trasformarsi in un circolo virtuoso.

Trasporti a bassa emissione di carbonio riducono

obesità, diabete, malattie cardiovascolari e cancro 

L’energia pulita, dice l’editoriale che accompagna lo speciale su PLOS Medicine, può avere un effetto sul clima e contemporaneamente salvare le vite minacciate dall’inquinamento atmosferico. Inoltre, l’incidenza di obesità, diabete, malattie cardiovascolari e cancro, che sono almeno in parte correlate all’inattività, potrebbe essere ridotta dal passaggio all’utilizzo di trasporti a basse emissioni di carbonio. Un esempio? Un articolo pubblicato sul numero speciale della rivista presenta un modello applicato all’Inghilterra secondo cui se la popolazione che lì va regolarmente in bicicletta passasse da meno del 5 per cento del totale come è oggi al 25, si otterrebbe un 2 per cento di riduzione delle emissioni di gas serra per passeggero. Ma anche una percentuale simile di riduzione degli anni di vita persi per morte prematura legata principalmente alla maggiore attività fisica.

Si calcola che i benefici per la salute dovuti solo all’aria più pulita potrebbero superare di molto i costi di investimento per le tecnologie in grado di fornire energie pulite, ciò produrrebbe incentivi economici addizionali per le attività di mitigazione, cioè per abbattere le emissioni. Ecco un circolo virtuoso. Tuttavia, se anche mettessimo in atto le strategie vincenti per abbattere le emissioni di gas serra, sappiamo che l’inerzia del sistema-clima sulla Terra farà sì che alcune conseguenze ci saranno comunque.

Quindi, insieme al lavoro di mitigazione bisogna pensare a quello di adattamento: come prepararsi a un cambiamento che sarà inevitabile, benché più o meno pronunciato? L’adattamento è un problema locale: gli abitanti delle piccole isole, ad esempio, non avranno gli stessi problemi di quelli dell’entroterra continentale. Ma cominciano ad essere pubblicati studi anche su queste esperienze locali. Ad esempio si è visto che in Spagna, a fronte di un aumento del numero di ondate di caldo, la mortalità diminuisce. Un risultato frutto di comportamenti più “adattivi” della popolazione? È probabile, ma tra i comportamenti adattivi ce ne potrebbero essere alcuni che hanno un risvolto negativo, come usare di più l’aria condizionata. Uno studio americano dimostra infatti che se l’aria condizionata utilizza energia prodotta da combustibili fossili, produrrà più malattie e più morti. Nei prossimi anni ci sarà un lavoro complesso da affrontare. E ognuno di noi dovrà fare la sua parte.

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* Giornalista, redattrice di “Scienza e Società”, docente di Comunicazione della Scienza